Autore Mauro Ledru, 1880, Messina. di Giuseppe Roberto Da quello che ci è pervenuto da alcune fonti bibliografiche sembrerebbe proprio di no. Ne “U ciaramiddharu a Messina” (1959), Antonino La Camera scrive: “Mio padre che morì a novantuno anni nell’ottobre del 1957, ricordava Mastru Paulu u Turnaru, che era un ciaramiddaru di città e suonava ogni anno nel Santuario di Montalto. Ma a Messina non aveva molta fortuna, perchè i messinesi preferivano i ciaramiddari i paisi, che meglio richiamavano alla loro memoria la fisionomia dei pastori. (...) La contradanza, che veniva, insieme ad altre composizioni (a calabrisedda, a nciga, u scurdinu), suonata dagli zampognari di città nelle chiese con accompagnamento dell’organo.” Perchè si parla di zampognari di città? Per capire di cosa stiamo parlando facciamo un salto indietro nel tempo arrivando agli scritti di Leopoldo Nicotra (1846-1940), botanico messinese, musicista e appassionato di storia municipale. Scritti segnalati già in alcune pubblicazioni degli etnomusicologi Sergio Bonanzinga (1993) e Mario Sarica (1994). “I zampognai da chiesa sono quasi tutti artigiani, tra i quali il più famoso e abile ai tempi miei un bottajo; eseguivano varii pezzi, che ricordo benissimo e ho trascritto in apposita raccolta, non adoperando mai lo strumento loro per baccanali, come usavan fare i contadini. Estasiante era il pezzo chiamato Scordino (...)”. A un certo punto del nostro viaggio nella storia, in particolare alle fine dell’Ottocento, questa particolare categoria di suonatori va a scomparire, lasciando come unici protagonisti della scena gli zampognari provenienti dalla campagna siciliana, appunto contadini e pastori. I quali cercano in parte di replicare in modo approssimativo e rievocativo il repertorio dei suonatori professionisti della città, pur non avendo le stesse capacità musicali richieste. Di questo particolare ne parla lo storico siciliano Giuseppe La Corte Cailler nel 1906: “Ebbe la cura di trascrivere la musica della Litania e quella della Pastorale, solita eseguirsi nella novena di Natale in Messina (...) Presentano oramai modifiche ed alterazioni assai notevoli, tanto da vedersene fin mutata la tonalità, di minore in maggiore, e da trovar per chiusa una delle canzoni napoletane più in voga. Trasmessa per tradizione ad ignoranti contadini suonatori occasionali di cornamusa, essa ha perduto il bello originale(...).” Leggendo queste righe possiamo dedurre che, in un passato lontano giunto nel suo culmine alle soglie del ventesimo secolo, la zampogna non era uno strumento suonato solo dai pastori e dagli abitanti dei piccoli borghi e casali della campagna siciliana. C’era anche una tradizione urbana, zampognari di estrazione artigiana che suonavano in chiesa insieme all’organo durante le funzioni nei giorni di Novena, con un proprio repertorio codificato e un uso musicale dello strumento più complesso rispetto ai suonatori di campagna. Questa realtà risulta attestabile, dalle fonti oggi note, per le città di Messina e Palermo; nulla toglie che questa particolare tradizione antica potesse essere presente in altre città così come nei piccoli centri dell’isola e di altre aree del sud Italia. Oggi possiamo riflettere e chiederci se continuare a limitare realmente le possibilità dello strumento per replicare in maniera immutata la realtà decadente arrivata a noi dalla seconda metà del secolo scorso o se ridare nuova linfa alla zampogna siciliana per ricostruire un cammino che da un passato interrotto costruisca un ponte col futuro. A noi la scelta.
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AutoreSalvatore Tomasello Archivi
Luglio 2025
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